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Mertens: "Sono un numero nove"

Interviste     8 Aprile 2017     Fonte: Corriere dello Sport

"Non ho mai giocato da punta centrale ma con i gol che ho fatto possiamo abbandonare l'espressione 'falso nueve'"


Mertens: "Sono un numero nove" Dries Mertens torna a parlare. Non del suo futuro, ma del suo presente. L'attaccante belga ha rilasciato una lunghissima intervista al Bleacher Report, in cui si racconta a 360°. Dall'amore per i cani al suo essere "napoletano". Dai messaggi con l'amico Higuain, alla definizione di "falso nove", che proprio non gli piace.

MARADONA, ALTRA STORIA - "Odio quando qualcuno mi paragona a Maradona. Lui era qualcosa di veramente speciale. Io ho fatto qualcosa di buono, è vero, e ne sono orgoglioso, ma c'è ancora tanto lavoro da fare".

L'OMAGGIO A JULIETTE - "Sai che un cane ti ama per quello che sei, loro non sanno se sei un calciatore o no. A volte le persone ti trattano bene perché sei un giocatore o perché sei famoso, ma un cane non lo sa. Ed è ciò che più mi piace di loro. Che cane sarei? Uno di strada, un mix".

NAPOLI - "Qui sono tutti pazzi. Non si vede da nessuna parte una cosa simile. Forse in Argentina, quando vedi Boca Juniors-River Plate, anche loro sono pazzi, ma qui la gente mangia, dorme, vive per il calcio. Nel palazzo in cui vivo c'è un'anziana signora, credo abbia 85-90 anni. Questa mattina sono uscito e lei mi ha detto 'mi è piaciuto tantissimo come hai giocato, mi è piaciuta l'esultanza'. Ho pensato, cavolo, anche lei guarda le partite, è tutto davvero così pazzo. Ed è qualcosa che di certo dopo ti manca, se vai via". "Vivo come un locale: se vivi all'estero devi provare a prendere la cultura locale e farla tua. La gente qui mi fa sentire bene e allora provo a vivere come loro. I napoletani sono sempre fuori casa, mai davanti alla televisione. Quando vivevo in Olanda guardavo un sacco di tv, soprattutto Netflix. Mangi alle 6, le 7, hai finito alle 8 e poi vai a dormire. Ecco cosa facevo in Olanda. Ma qui finiamo di allenarci alle 6 o alle 7 di sera, arrivo a casa alle 7.30. Poi mangiamo intorno alle 8.30-9. E quando hai finito, alle 11, 11.30. Quel momento lì, a tavola, è più importante di ogni altra cosa. Solo dopo cena vado a letto o leggo un libro. E' tutto così diverso qui e sinceramente preferisco questo stile di vita".

L'INFANZIA - "Non avevo idoli da bambini, perché ero sempre fuori a giocare. La tv, a casa dei miei, non era mai accesa. Mai, forse solo per la Coppa del Mondo.Giocavo a calcio con i miei fratelli, mio padre ci aveva costruito un campetto proprio accanto casa. La mia statura? Quando avevo 18 anni sembravo un ragazzo di 15. In Belgio dicevano fossi arrabbiato perché l'Anderlecht mi aveva scartato, ma non è così. Non ero arrabbiato, semplicemente non ero bravo abbastanza. Ma c'è una cosa che vorrei insegnare alla gente. A 18 anni giocavo con compagni di squadra che erano più bravi di me e avevano più talento. Ma credo fossero troppo orgogliosi per fare un passo indietro. A volte c'è chi preferisce rimanere all'Anderlecht, fare panchina per due o tre anni per poter dire 'Gioco ancora nell'Anderlecht e non andrò in seconda divisione'. Ma a volte bisogna fare un passo indietro per poter giocare di più ed essere importante per un altro club. Ciò significa che quando farai un passo avanti ti sentirai più forte".

MA QUALE FALSO 9 - Mertens racconta di come da piccolo giocasse a calcetto da attaccante centrale e di quanto gli dia fastidio l'espressione 'falso nove'. "Credo di sapere cosa intenda la gente: non sono un tipo grosso che può tener palla e che fa quello che nell'immaginario collettivo fa un attaccante. Ma il calcio cambia e anche il modo in cui giocano le squadre. Io credo che con i gol che ho segnato, possiamo abbandonare l'espressione 'falso' e dire che sono semplicemente un numero nove".
A chi gli fa notare, però, che in passato ci sono stati attaccanti centrali della sua statura, Mertens risponde: "Sì, ma io non ho mai giocato da punta centrale. Michael Owen, lui è nato attaccante. Io non lo sono nato: ecco perché posso commettere qualche errore davanti alla porta".

HIGUAIN - "Siamo amici, lui mi manda messaggi per congratularsi quando faccio bene - continua -, ma alla fine so che nella classifica cannonieri lui vuole essere davanti a me. Lui, come Owen, è nato attaccante. Si sveglia al mattino e ciò che vede è la porta. Si sente un numero 9 dentro, e sulla sua maglia c'è il numero 9. Per me, numero 9 o 14 è lo stesso. Prima mi accontentavo di un assist, ma ora vedo che, da attaccante, far gol è importante e se non lo fai la gente dice che hai giocato di mer**. Quando segni e hai giocato una m****, sei bravo. Questo è ciò che la gente vede quando giochi da attaccante, quindi l'importante è far gol. Perciò, d'ora in avanti, io faccio gol".

IL MANTRA - "Non sono molti religioso, ma credo nella felicità. Se sei felice e le persone attorno a te lo sono, il tuo mondo diventa più bello. Questo è il mio modo di vivere. Nessuno, certo, può essere sempre felice, questa è la parte difficile, ma tutto può partire da te. Se tutti provassero a vivere così, il mondo sarebbe un posto bellissimo".

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